10. Il giovedì fritto misto

L’agenzia ha riaperto i battenti, e pare che tutti vogliano partire per i progetti di volontariato e sviluppo tanto è il lavoro che io e Lucifer ci siamo ritrovati a fare; se continua così, ci toccherà prendere una segretaria perché non riesco a gestire gli appuntamenti e contemporaneamente stare dietro al capo. 

Grazie ad una fortunata congiunzione astrale, la mia nuova casina in campagna mi regala ossigeno e tranquillità, e vi posso assicurare che dopo sei giorni passati in mezzo al rumore e al caos, tornare qui e avere un viale alberato che mi aspetta, con tanto di gatti felici che sonnecchiano sui gradini di casa e un bel glicine che mi saluta dal balcone, è davvero confortante. Cacao e Cannella passano le loro giornate a giocare in giardino, andando ogni tanto a disturbare la vicina che in questo caso, è la mia più cara amica: Violetta. Ho infatti affittato il monolocale sopra casa sua, una villetta a due piani con due appartamenti di cento metri quadrati. Sì, lo so, avevo detto che era Lucifer ad aver bisogno di tanto spazio, a mia discolpa posso dire che questa casetta è stata un’occasione che non potevo rifiutare. Di solito, Viola affitta il sopra di questa villa ai turisti giapponesi, ma quando ha saputo che tornavo, non ci ha pensato due volte e ha ceduto questo splendido primo piano a me, per una cifra che definire ridicola è riduttivo. Amicizia di vecchissima data, privilegi infiniti. 

Ora mi ritrovo con la vicina ideale e un posto tutto mio a tempo indeterminato. Mica male eh?

Emma abita a quattro minuti da qui ma da quando siamo tornate non siamo ancora riuscite a vederci, stasera però, ha promesso a tutte noi una cena alla ‘giovedì fritto misto’.

Stare tutte e cinque insieme ci rigenera, non c’è storia. Chiunque abbia delle amiche con le quali ha pianto tutte le lacrime dell’universo lo sa, niente come delle persone che ti accettano per quello che sei e che per te sono disposte a mettere da parte le loro convinzioni, ti accudisce nel profondo. 

Mentre prendo i piatti del servizio inglese, quelli che mi ha regalato mia madre per i diciotto anni sapendo del mio debole per la porcellana Staffordshire, mi viene da sorridere. Avrò usato questi piatti un milione di volte e ogni volta mi emoziona vederli in bella mostra sulla tovaglia di lino bianco. Vaniglia ha portato il vino, da ex sommelier è lei la prescelta per divinizzare le nostre serate. Emily ha portato il dolce, anche se non è mai una garanzia, l’ultima volta ci aveva versato dentro il detersivo per la lavatrice invece dello zucchero, voi capirete bene che fine ha fatto quella torta… Emma porta se stessa perché non sa fare praticamente niente: non date ad Emma un cucchiaio perché potrebbe bruciarvi la casa, e non c’è verso che impari, troppo pigra per stare ai fornelli.

“Metto il karaoke?”

“Non ci pensare nemmeno Emma”.

“Ma non è ancora pronto!”.

“Ma sì dai. Cleo, non fare la guastafeste”.

“Grazie Viola, poi la stacchi tu da quel microfono”. 

“Ma che mangiamo?”, chiede Emily curiosa.

“Cleo ha preparato il suo famoso polpettone di lenticchie con l’uovo marinato all’interno”. Ribatte Violetta.

“Oddio, come mi è mancato il tuo polpettone”. Mi dice Emily abbracciandomi.

“Ma non c’è solo quello, anche se non è giovedì, ho fritto le bucce di patata”. 

“Non ci credo”. Emily è sempre più entusiasta.

“Credici”, ribatto.

“Ma allora è davvero giovedì fritto misto!”. Afferma Emma battendo le mani e mettendosi a saltellare su un piede solo mentre intona Let It Go, la canzone di Frozen che ha usato per torturarmi in diversi momenti della nostra convivenza.

“Sì!”. Le dico suonando la campanella che annuncia a tutte che è pronto e che è il momento di mollare quel microfono anche se l’ha appena preso. Un vezzo, quello del tintinnio che annuncia la cena, che amo concedermi anche se non ho maggiordomi pronti a servirci e ad essere pagati  più di quattromila euro al mese.

Il giovedì fritto misto è nato sette anni fa dopo una disastrosa discussione di Vaniglia con suo marito, era così affranta, così triste, che ci siamo riunite tutte per parlare, e, mentre ascoltavamo quello che era successo, il tempo passava e la sera si avvicinava portando con sé una certa dose di appetito. Non so dove ho letto che i grassi, così come i dolci, regalano quella sorta di appagamento per cui ti confortano in maniera silenziosa, non salutista ma emotivamente forte, così mi sono messa a preparare le bucce di patata fritte, le patate al forno e una serie di verdure in pastella che poi ho fritto. Insomma, una serata all’insegna dell’unto e dell’amore fra sorelle che ha sancito la prima di una serie di serate di rito che ci hanno accompagnate fino a tre anni fa, poco prima della mia partenza per Londra, e che mi sembra giusto riprendano ora che siamo di nuovo tutte insieme. 

“Certo che ne è passata di acqua sotto i ponti dalla prima cena fritta mista”.

“Eh sì Vani, tu avevi i capelli corti se non ricordo male”.

“Ricordi bene Cleo, e aveva pure una mezza cotta per quel tizio con cui lavorava”, asserisce Viola strabuzzando gli occhi e sporgendo le labbra a becco di papera, la sua posa buffa del ‘te lo potevi risparmiare’.

“Non era una mezza cotta, è che mio marito non mi dava più attenzioni nonostante gliele chiedessi a gran voce, così mi ero rifugiata nell’idea che quel tizio mi piacesse”.

“Certo era un bel vedere”.

“Puoi dirlo forte Emily”. Mi sento di sottolineare l’ovvio.

“La smettiamo o vogliamo parlare ancora delle mie cotte immaginarie?”

“Ci stavamo divertendo”, afferma con perfidia Violetta.

“Traditrici”. Ribatte Vaniglia fintamente offesa.

“Ma vi ho mai raccontato di quella volta che sono uscita con quel tizio che vendeva noccioline caramellate?”

“No Emma, e qualcosa mi dice che la faccenda è più complicata del previsto”.

“Eh sì, perché in realtà il chiosco era una copertura e lui vendeva la droga che nascondeva nei sacchetti di noccioline”.

“E tu come te ne sei accorta?”, chiedo poggiando il lungo coltello con il quale sto affettando delle fette di pane di Altamura, mentre la mia bocca non vuole saperne di chiudersi.

“Perché a casa nascondeva quella roba dentro una mattonella del pavimento e, un giorno, l’ho beccato a pescarci la droga. Ha cercato di minimizzare, ma ho fatto prima ad andarmene che lui ha dire “Aspetta”.

“Roba da matti”. Mi sento di commentare e riprendo ad affettare il pane ancora incredula che Emma abbia attirato un tipo del genere.

“Ma che vendeva?” Chiede curiosa Emily.

“Cocaina”.

“Roba pesante”.

“Eh sì Emily, ed è un peccato perché mi piaceva, era un Nerdone come me, e aveva un sacco di capelli castani che gli ricadevano sulla fronte incorniciandogli due occhi azzurri da panico”.

“Hai capito Emma”, ammicca Vaniglia mentre addenta una ciliegia.

“Smettila di mangiare ciliegie o non avrai più fame…”

“Tanto lo sai che fa sempre così, Cleo. Comunque, non potevi parlarci? Avresti potuto persuaderlo a smettere, voglio dire, se davvero ne valeva la pena”. Continua Viola.

“Avrei potuto, ma lo sapete quanto sia insicura in campo sentimentale, faccio sempre fatica ad esprimere ciò che penso… figuriamoci se potevo convincerlo a smettere di spacciare la coca”.

“In effetti non è una cosuccia da poco”. Dico mentre finisco di impiattare l’ultima fetta di polpettone con contorno di bucce di patata”.

“Mio, Dio, Cleo, ma come cavolo fai a cucinare così bene?!”

“Perché cucino, Emma? Dovresti provare, è rilassante”.

“Non ci penso proprio, preferisco mangiare”.

“Su questo non avevamo dubbi”.

“Parole sante Viola, dovresti pesare 380 chili per tutto quello che riesci a ingurgitare durante una giornata”. Le dico di getto mentre affondo i denti nel mio fantastico polpettone grondante di salsa verde”.

“Siete solo invidiose”.

“In effetti sì”. E scoppio in una fragorosa risata.

“Io andrei alle cose serie”, propone Emily.

“Già. Come sta andando il nuovo lavoro?” Chiede Vaniglia a Emma.

“Più che bene! Devo solo abituarmi alla presenza di tante persone che ruotano intorno alla telecamera, a fissare quella lucina rossa seguendola se si sposta, e ai ritmi veloci di registrazione. In una giornata registriamo tre puntate”.

“Perdincibacco, roba da intrepidi tre puntate ad illustrare il funzionamento dei giochi da tavola”. Affermo in uno sguardo d’intesa con le altre.

“Pensa in un anno quanti giochi nuovi imparerai”. Afferma Vaniglia.

“Ma no, le registrazioni non durano un anno, è per questo che giriamo più puntate insieme, per avere materiale pronto per il resto dell’anno e, una volta finito, mi occuperò di andare in giro per l’Italia per partecipare alle serate dei giochi di ruolo, e verrò anche pagata per questo!”. 

“Sei stata brava. Non hai ceduto, hai creduto di potercela fare e guarda ora dove sei”. Dice con dolcezza Viola alzando il bicchiere.

“Sei stata brava cazzo”. Si aggiunge Emily con il suo calice in alto”.

“A Emma, che sia di ispirazione a tutti quelli che pensano che rinunciare ai propri sogni non sia un’opzione valida”. Aggiungo versandomi, di nuovo, questo vino bianco delizioso. E alziamo tutte i nostri calici in aria per farli incontrare al centro del tavolo in un fragoroso tintinnio di cristalli fluttuanti. 

“A Emma!”. Gridiamo gioiose in coro.

“E invece a te, come va Cleo?”, mi chiede Emily curiosa.

“Direi più che bene ragazze, abbiamo un’agenda così piena di impegni che probabilmente dovremo prendere qualcuno che ci aiuti”.

“Mi sembra un’ottima notizia… e con Lucifer?” Insiste Emily.

“Lucifer è sempre Lucifer”.

“Stupendo, stronzo e stramaledettamente sexy?”

“L’hai detto sorella”, rispondo a Emily mentre mi porto una generosa sorsata di vino alle labbra.

“E tu?”

“Sì, tu?”, Vaniglia si aggancia alla domanda che evito come la peste.

“Io prendo il doppio dello stipendio”.

“Prendi qualcos’altro?”, chiede la solita Emily sorniona.

“Vi assicuro che avrei messo i manifesti se fosse successo”.

“In realtà è Cleo che se la tira”.

“Sì, certo Viola, come no”.

“Eh sì invece, lui non ti ispira affidabilità e tu eviti di far caso alla dura realtà”.

“E quale sarebbe di grazia?”

“Che Lucifer prolungherebbe volentieri i vostri incontri ben oltre l’orario d’ufficio”.

“Certamente. Con me e tutte le Barbie che si porta a letto”.

“Per me Viola ha ragione. Lui non se lo spiega ma è te che desidera”.

Ragazze, gli uomini non sono come noi, loro sono diretti e se vogliono qualcosa non ci girano intorno”.

“Questa è una versione arcaica dell’uomo, Cleo. Lucifer, da come ce ne hai parlato, è un esemplare di sesso maschile complesso, è uno che dice sempre la verità ma è anche molto introverso verso i suoi sentimenti e non puoi sapere se in quei sentimenti ci sei anche tu”. Interviene di nuovo la nostra Emily dall’armatura lucente.

“L’hai detto tu stessa che ogni volta che si parla di lui, passa alla modalità sarcastica”. 

“Esatto Emma, e il sarcasmo è sintomo di chi vuole nascondere il proprio cuore sotto al tappeto”. Ribatte la psicoterapeuta Viola.

“Anche se fosse come asserite voi, non avrei nessuna intenzione di essere il suo primo esperimento di rapporto serio… finirei come Mel Gibson in Braveheart, temo”.

“Tanto succederà lo stesso, vedrai”. Sghignazza Emily.

Osservo otto occhi che mi guardano assertivi e mi sento come una bambina il suo primo giorno di scuola, non pronta a lasciare la mano di sua madre ma eccitata al pensiero di concretizzare qualcosa di tanto desiderato.

“Non puoi negare quanto sia difficile resistergli”.

“Mai negato ma Lucifer, nonostante mi mandi in pappa il cervello, è sempre quello che mi insulta velatamente, che mi sfotte appena se ne presenta l’occasione e che mi ha detto innumerevoli volte che non sono il suo tipo. Capito ragazze: “Non sei il mio tipo Peppi, sei troppo di qua o troppo di là”. Non credo sia così bipolare da dire una cosa e poi tuffarsi fra le mie braccia”. Peccato che come finisca di parlare, una Emily dall’occhio Luciferino, alzi il suo bicchiere di vino e dica a gran voce: “Propongo un altro Brindisi! A Cleo, che non vede un baffo di gatto neanche se ce l’ha attaccato al naso!”

“A Cleo!”. E quelle quattro ingrate si mettono a ridere sguaiatamente prendendosi gioco della mia innocente creduloneria. 

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