9. Di nuovo a casa

Ritornare a casa è stato terapeutico. Non ti accorgi di quanto ti è mancata la confidenza con i luoghi in cui sei nato fino a quando non ci torni. Il viaggio è andato bene, per quanto viaggiare con due gatti e un tizio che si lamenta dei gatti, del ritardo del volo, degli snack “inadeguati” e del mio silenzio assordante, tutto il tempo, possa lasciare spazio alle parole ‘bel e viaggio’. Roma è sempre affascinante, e non lo dico perché ci sono nata ma perché è davvero una città senza tempo, la sua architettura ti strega… rimane senza dubbio nell’Olimpo delle mie capitali preferite.

Apriremo la nuova agenzia nei pressi di via Cola di Rienzo, una zona molto trafficata e senza parcheggio, l’ideale per me che odio guidare in mezzo al traffico. Fortunatamente il quartiere è pulito e con una lunga lista di ristoranti davvero belli, così nelle pause pranzo non mancherà dove andare a mangiare, sempre se ce ne sarà il tempo. 

Lucifer ha scelto questo quartiere perché dice che è vicino a tutto quello che gli interessa e che per me arrivare sarà meno difficoltoso visto che verrò dalla parte nord di Roma, sì, perché ho preso casa poco fuori città, vicino alle mie amiche che già vivono tutte a cinquanta metri l’una dall’altra. Mi sono voluta evitare il rumore della città e le lunghe file per tornare a casa.

Il capo, invece, si è preso un attico in pieno Prati, in uno di quegli edifici antichi con i soffitti alti adornati da travi di legno, un terrazzo grande e davvero troppo spazio per una sola persona, ma a lui piace stare comodo e non avendo mai avuto problemi di soldi, non è stato tanto a guardare il prezzo che a quanto pare era anche basso perché il tizio che affittava l’appartamento era un amico stretto di suo padre, e al padre di Lucifer pare che in molti debbano dei favori.

L’agenzia dove lavoro si occupa di volontariato internazionale. Dopo essere andati in perlustrazione, formiamo delle persone del luogo per lavorare in programmi di assistenza ai bambini orfani, alle persone che hanno perso tutto e ai ragazzi che vivono disagi dovuti ai cambiamenti della società; inviamo poi del personale estero come supporto per le neonate realtà. In questo modo aiutiamo l’economia del luogo creando lavoro, e promuoviamo gli scambi fra paesi inserendo nell’organico ragazzi di diverse etnie. Io e Lucifer ci preoccupiamo di fare i sopralluoghi e conoscere sovvenzionatori per i numerosi progetti che portiamo avanti. Per ora siamo molto attivi in Africa e in America Latina ma contiamo di espandere i progetti anche in Europa e in Asia. Aprire la sede a Roma consentirà a Lucifer di prendere accordi nuovi, muovendosi verso l’Europa alla ricerca di sostenitori e idee innovative che possano aiutare i paesi in via di sviluppo a sfruttare le proprie risorse mettendole a disposizione della popolazione locale. Un progetto ambizioso ma davvero stimolante. E dire che quando mi hanno contattata per il colloquio, non mi sarei mai aspettata di essere assunta, questo è un lavoro complesso, richiede molte qualifiche, e io ne avevo ben poche visti i miei studi in antropologia. 

In quel periodo ero così affranta che buttarmi sulla scrittura mi era sembrato naturale, avevo perfino cominciato a scrivere un romanzo, il mio primo e per ora unico romanzo, se non mi avessero presa qui forse forse l’avrei anche finito.

“Non te ne puoi andare proprio ora”.

“Dai Lucifer, è da stamattina che stiamo sistemando scatoloni e attaccando mensole, sono stanca morta!”.

“Finiamo di montare la scrivania e poi te ne vai”.

“Ma non potevi chiamare qualcuno che lo facesse al posto nostro?”

“Nessuno di quelli che contatto di solito era disponibile e lo sai che non prendo mai gente a caso per mettere mano alle mie cose”.

“Ed è qui che sbagli. Se cominciassi ad affidarti anche al caso, probabilmente ci guadagneresti in salute, la tua e mia”.

“Non esiste il caso Cleo”.

“Era per dire… dai Lucifer, voglio andare a casa, finiamo domani”.

“Vuoi cenare con me?”

Tu tum tu tum.

“Ma non ti dovevi vedere con la Barbie numero 574?”

“Ma chi, quella che ti voleva conoscere?”

“Perché ne è uscita fuori un’altra nel frattempo?”

“Non che io sappia”.

“E allora?”

“E allora è rimasta a Londra o almeno credo, non la sento da un po’”.

“Ma hai detto che avevi appuntamento con qualcuno stasera”.

“Mio padre. Pare che voglia propormi un affare”.

“Allora hai compagnia, non ti servo io”.

“Infatti ti ho proposto di cenare con me per ricambiare il favore e non per solitudine. Mio padre ti andrebbe a genio, è un maniaco del controllo”.

“Grazie, ma sarà per un’altra volta, voglio solo andare a casa, buttarmi nella vasca e dimenticarmi del mondo e di te che mi dici quello che devo montare in questo maledetto ma stupendo ufficio nuovo”. Sorriso da stronza mode on.

“Più facile a dirsi che a farsi Cleo”. 

L’occhiata che mi scocca subito dopo mi mette addosso un’inquietudine indecifrabile. Che sospetti qualcosa?

“E comunque dovrai pur mangiare”.

“Ma vuoi mettere a farlo in pigiama?”

“Hai fatto trent’anni da quanto? Tre settimane? E già ti comporti come una nonna”.

“Ti ricordo che grazie a te ho passato un compleanno di merda”.

“Mi perdonerai mai per averti ingannata?”

“No. Perciò niente cene, se non di lavoro”.

“Vedremo”.

“Chiama la Barbie numero 436, vedrai che verrà di corsa a cena con te e papino”.

“È per questo che nessun uomo ti vuole per più di qualche mese. Perché sei stronza”.

“Allora tu sei una specie di super-uomo se mi sopporti da un anno”.

“Stronza e a tratti acida. Mi sorprende che quel tizio dell’anno scorso ti abbia voluta frequentare per cinque mesi”.

“Casomai sono io che l’ho voluto frequentare per cinque mesi”.

“E fammi indovinare: si è improvvisamente accorto che i vostri obiettivi di vita erano divergenti?”

“Falla finita Lucifer… ti stai addentrando in un terreno scomodo”.

“Tu puoi parlare delle mie ex come se fossero intercambiabili, e io non posso sindacare sui tuoi?”

“Non è la stessa cosa. Sei tu che mi racconti sempre di tutte le tue fantastiche avventure. Ti risulta che io ti dica mai nulla delle mie frequentazioni?”.

Lui ci pensa un attimo e poi ammette con la bocca un po’ tirata: “No. In effetti no”.

“Appunto”.

“Lo sai vero che è anche questo tuo modo di fare che ti pregiudica ogni tipo di rapporto serio?”

“Sembri molto esperto su di me”.

“Perché ti frequento per dieci ore al giorno”.

“Forse dovresti pensare di più agli affari tuoi e occuparti meno della mia vita privata che non conosci e probabilmente nemmeno capisci”. 

“Ho offeso il tuo amor proprio?”

“E io il tuo, è evidente da quell’espressione buia che hai indossato. Scusa, non volevo offenderti, era solo per prenderti un po’ in giro”. 

“Fossero scuse vere le accetterei, ma ti conosco abbastanza per sapere che non vuoi che indaghi sul perché hai lasciato quel tizio e usi la tattica dell’ammissione di colpa.”

“Devi smetterla di pensare per me Lucifer. Devi davvero smetterla”.

“Perché è finita?”

Lo sbuffo sonoro che ne segue la dice lunga sulla pazienza che si sta sgretolando sotto la mia lingua.

“Perché a letto era un incapace e diceva che il problema ero io”.

“Che problema avevate?”

Alzare gli occhi al cielo non basta a fermare la sua curiosità.

“Troppo veloce?”

Se non gli rispondo mi perseguiterà fino alla fine della dittatura nell Corea del Nord.

“Non riuscivo a raggiungere l’orgasmo”.

“Problema serio”.

“Già. E non mi era mai successo, anche se lui insisteva che i problemi con mio padre mi inibivano e altre stronzate sul rapporto paterno che nascondevano chiaramente le sue inabilità amatorie”.

“Che classe”.

“Già”.

Sono sufficientemente imbarazzata da queste improvvise confidenze intime, decido allora che alzarmi, prendere la borsa, salutarlo e andarmene sia la scelta più sensata. 

“Scappi eh?”.

“Certo che no. Semplicemente, me ne vado”.

“Sì, certo. Ci vediamo domani alle otto”. E accompagna il tutto con un ghigno furbo che preferisco non decifrare.

“Non ho capito: ti ha detto che stavi scappando?”

“Sì”.

“Ed era vero?”.

“Certo che sì. Ero al limite dell’imbarazzo e sai quanto vada in difficoltà con lui quando si mette a parlare di sesso. Non potevo restare lì e fare finta di niente”.

“Perché no Cleo? Prima o poi potrebbe succedere visto che farete anche i sopralluoghi insieme, vi verrà naturale parlare di tutto… passate già dieci ore al giorno nello stesso posto”.

“Lucifer parla con naturalezza di sesso ma lo sai che io mi blocco se uno mi interessa… e lui mi piace, oh se mi piace Viola e non riesco a fare a meno di arrossire, così scappo, meglio, no?”

“No”. 

“Ho fatto una cazzata?”

“Se secondo te era giusto andartene hai fatto bene, ma Lucifer si sta avvicinando, più del solito, ora sta a te permetterglielo o mettere dei paletti”.

“Io non lo voglio così vicino ma lui sembra non capirlo”.

“Non lo vuoi con la testa ma il tuo cuore ne è innamorato”.

“Non dire quella parola con la i”.

“Ma è la verità: o giochi a carte scoperte, o sotterri tutto sotto il tappeto sperando che nessuno lo alzi”.

“Non posso giocare a carte scoperte”.

“E per quale motivo?”

“Perché cambia donne come si cambia le cravatte e io non sono fatta per avere le briciole”.

“Ma si è mai innamorato?”

“Che io sappia no”.

“Potresti essere la sua prima cotta quindi”.

“Sì, se solo fossi la sua prima cotta”.

“Oh ma lo sei”.

“Viola, ma che dici? Non scherzare su questa cosa perché mi uccidi”.

“Ti sembro una che scherza Cleo? Lui ha una cotta per te, mi sembra evidente da tante cose ma lascio a voi due giocare le vostre carte”.

“Lui non ha una cotta per me, vuole solo tenermi buona perché gli servo”.

“Questo è quello che crede lui. Si accorgerà egli stesso della portata di questa bugia”.

“Non voglio illudermi e tantomeno perdere il lavoro”.

“Non devi fare nessuna delle due cose. Usa il distacco di una regina vivendo la tua vita, il resto si aggiungerà di conseguenza”. 

“Facile a dirsi… da regina dici? Dovrei comprarmi una manina finta?”

“Ovvio”. E scoppiamo entrambe in una risata genuina che finalmente riesce a mandare via la tensione di questa lunga giornata.

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