Io sono un gatto, Natsume Soseki. 吾輩は猫である (Wagahai wa neko de aru)

Questa storia è ambientata durante la fine del periodo Meiji. Un tempo importantissimo per il Giappone, perché diede avvio all’era moderna: la chiusura del paese finalmente finì e i contatti con l’occidente cominciarono ad essere sempre più assidui. È in un clima di modernismo forzato che prende avvio il romanzo, dove, protagonista un gatto, vengono narrate scene di quotidiana normalità di una famiglia giapponese, attorno alla quale ruotano dei personaggi fissi che conferiscono a questo racconto di circa 510 pagine, un’aria di teatralità che difficilmente annoierà il lettore.
Siamo nella casa tipicamente giapponese di un professore di inglese che pur atteggiandosi a grande studioso (e in effetti tale è considerato dai suoi conoscenti più illustri) in realtà è un uomo pigro e malaticcio di un nervosismo così cronico da dargli un curioso mal di stomaco che in nessun modo riesce a curare… Chi racconta le vicissitudini di questa famiglia è un gatto sagace, ironico, molto critico e senza nome; un felino atipicamente istruito, goloso di cultura e giudizi. Sarà grazie a un Soseki mascherato da gatto se seguiremo le quotidiane vicende della famiglia del professor Kushami.
In un quadretto dove un professore antipatico e buffo, combatte il nervosismo verso gli schiamazzi di alcuni ragazzini di una scuola adiacente casa sua, il lettore si diverte, sorride sul serio. Intorno a lui poi, personaggi totalmente diversi: Meitei, sfrontato, maleducato, ma maledettamente indispensabile, Kangetsu il “limatore di biglie” l’uomo più scontato che ci sia, logorroico in modo atipico, “la nasona”, “tofu”, “Dokusen” che sembra arrivato all’illuminazione e che il gatto irriverentemente prende per i fondelli, “il nero del vetturino”, gattaccio nero che si adatta perfettamente ai cambiamenti della società. E poi c’è il reale protagonista, un gatto che sonnecchia al sole, che non prende topi e che fa ginnastica esercitandosi sullo steccato di bamboo che “protegge” la casa dagli invasori, un gatto senza nome cosciente dei limiti degli umani e della sua superiorità di felino.

Che bel libro; mi sembrava di osservare davvero la piazza di un paese, l’ho amato e a tratti detestato per la prolissità di alcune descrizioni, di alcuni discorsi inutili perpetuati per 3 pagine, ma, devo inchinarmi davanti alla maestria di questo autore che è riuscito nonostante la lunghezza e l’abbondanza di parole a farmi finire il libro e a regalarmi una curiosità tale da portarmi alla fine del romanzo. In alcuni momenti Soseki mi ha ricordato Jane Austen, la sua ironia, il suo voler beffeggiare la società che si ritrova intorno.

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